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Cause dell’emetofobia

L’ESORDIO EMETOFOBICO avviene solitamente in età pre-adolescenziale o adolescenziale. Il fatto che i pazienti giungano dallo psicologo in età adulta, non significa che il disturbo abbia avuto inizio tardivo, ma solo che per lungo tempo si è cercato di risolvere il problema autonomamente, oppure non lo si è riconosciuto in tempo ed è divenuto un “modus vivendi”.

Si inizia evitando spostamenti con i mezzi di trasporto, in particolare se pubblici, perché si teme di essere colti da nausea improvvisa, o di vedere qualcun altro in una simile condizione. Molti emetofobici evitano gli spostamenti, specialmente all’estero, perché il tempo trascorso sui mezzi di trasporto è più elevato rispetto a quello che s’impiega nei tragitti da e per il lavoro o la scuola che, di solito, sono brevi o medio-brevi. Alcuni attestano di aver fatto viaggi senza nessun problema, ma la maggior parte evita di spostarsi in aereo, o peggio, via mare. Per quanto riguarda invece l’automobile, se alla guida della vettura vi è la persona che soffre di emetofobia, difficilmente vi sono problemi, questo perché è risaputo che è quasi impossibile che il conducente soffra di mal d’auto.
Con l’andare del tempo, si giunge a un’analisi approfondita e meticolosa del cibo ingerito, analisi che sfocia poi in ossessioni per l’igiene alimentare e compulsioni alla pulizia della cucina e dei luoghi dove lo si consuma.

Quasi in tutti i soggetti subentra la complicanza data dal rifiuto di farsi curare con dei farmaci per qualsiasi patologia, anche non correlata al vomito. Questo perché, tra le controindicazioni, molti medicinali presentano proprio il vomito. Il terrore di ammalarsi e dover assumere dei farmaci diventa a tal punto incontrollabile da creare un isolamento sociale, atto a ridurre al minimo i contatti, con chiunque possa esser causa di “contagio”.

In età adulta, molte donne, seppur desiderose di diventare madri, rifiutano la gravidanza perché l’orrore per la nausea, che insorge normalmente nel primo trimestre, supera la voglia di avere un figlio.

L’emetofobia si divide in due sottogruppi.

Tipo da ansia prevenuta

L’Ansia può portare a nausea che, ovviamente, concorre a peggiorare il quadro ansioso. Assistiamo in questo caso ad un circolo vizioso, con un’ attenzione specifica e amplificata ai messaggi corporei, specificatamente a quelli relativi alla zona dello stomaco. Ciò porta a una catastrofizzazione di qualsiasi messaggio proveniente da questa parte del corpo, facendo aumentare nel contempo l’ansia. (Se, per esempio, lo stomaco gorgoglia perché non si mangia da parecchie ore, questo viene erroneamente interpretato come un segnale di vomito imminente).

L’ansia aumenta l’attenzione selettiva di conferma delle proprie paure, con la tendenza a immaginare il vomito come un’azione pericolosa e altamente nociva. Ciò può dipendere dalle esperienze di apprendimento o dalle reazioni che medici, parenti o amici, hanno avuto verso il primo episodio di vomito o nausea subito dal paziente.

Poiché i soggetti sono impauriti da certe sensazioni che provengono dallo stomaco, testano in modo ripetitivo questa zona alla ricerca del pericolo, notando sensazioni che gli altri trascurano. Da qui traggono la conferma che “stanno per vomitare”.

Tipo da nausea prevenuta

In caso ad esempio di propensione al “mal d’auto o di mare”, vi può essere una reazione fobica alla nausea, che induce ad ansietà e a sua volta può portare maggior nausea, perpetuando la problematica.

Non sembra esserci una specifica causa per lo sviluppo dell’emetofobia, pare però esserci una correlazione con brutte esperienze di vomito (dovute, ad esempio, a cibo avariato), o con esperienze di abuso nei bambini, o di perdita di una figura genitoriale di riferimento in circostanze vissute drammaticamente per il bimbo. Va precisato, però, che molto deve essere ancora investigato.

I soggetti emetofobici, paradossalmente, possiedono un’altissima soglia di continenza per il vomito. Per questo motivo, difficilmente riuscirebbero a vomitare, anche se malati di coliche renali, appendiciti o, nel caso delle donne, in stato di gravidanza.

E’ consigliabile, per chi si riconosce nel problema, affrontarlo con uno specialista che possa aiutare a intraprendere un adeguato programma di cura.