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FAQ emetofobia

Un consulto da uno specialista è necessario: consigliamo di rivolgersi a professionisti che, perlomeno, conoscano il termine “emetofobia”.

L’emetofobia ha SEMPRE una motivazione. E’ importante cercarla, ma non deve essere questo il fulcro del lavoro su se stessi. Una volta trovata, anche a livello generale, essa deve emergere ed essere relegata nel passato.

I farmaci devono essere sempre assunti sotto prescrizione medica, la maggior parte di essi hanno come controindicazione ciò che un emetofobico teme di più: nausea e vomito. E’ pertanto imprudente assumerli, se nel contempo non è presente anche un supporto psicologico. Il farmaco potrebbe temporaneamente oscurare il problema, senza permettere di risalire alle cause e alle motivazioni di questa fobia.

Principalmente perché il vomitare è una azione quasi del tutto sconosciuta. Poco frequenti sono, infatti, i casi di pazienti che hanno vomitato di recente: se questo è avvenuto, i ricordi non sono comunque vividi. Anche se possono aver vomitato 4/5 volte nell’arco della vita (e per un emetofobico è un numero elevato), essi non sono consci della normalità e della funzione che il vomitare ha nella vita di tutte le persone.

Probabilmente no, e se sei emetofobico/a, quasi sicuramente no.
Indagini condotte dall’IRIDSA nel 2007, comparando un campione di 50 soggetti emetofobici (maschi e femmine) con un gruppo sano di controllo (73 soggetti) e 20 anoressiche sottotipo restrittivo, hanno evidenziato che gli episodi di vomito avvengono mediamente ogni 10 anni per gli emetofobici, ogni 6 mesi per i soggetti sani e ogni 14 mesi circa, per i soggetti con anoressia nervosa di tipo restrittivo.

No. Anche se inizialmente potrebbero tranquillizzare, gli antiemetici sono farmaci che, per loro natura, dovrebbero essere assunti quando il problema non si basa su una psicopatologia.

Principalmente perché hanno un’altissima tolleranza agli stimoli del vomito. Inoltre, le persone colpite da questa fobia specifica, possiedono notevoli abilità per controbattere la nausea. Molti, a causa della cronicizzazione del problema, hanno sperimentato numerose strategie per “distrarre i propri pensieri dal vomitare”. Per di più, sembra, che se un emetofobico è colpito da un’influenza gastrointestinale (chiamata anche “virus K”) ciò comporti esclusivamente scariche diarroiche, piuttosto che vomito. La nausea, invece, pare rimanere invariata.

Se non si è seguiti da una équipe multidisciplinare, il consiglio è quello di consultare il medico di base. Se egli esclude qualsiasi patologia che impedisca o limiti l’assunzione di cibi, è preferibile rialimentarsi gradualmente, sino a raggiungere l’apporto calorico e di macronutrienti della situazione precedente al digiuno. Se si è sottopeso (e molti emetofobici lo sono), è necessario riconsiderare la propria alimentazione, sempre sotto la supervisione di uno specialista.
Premesso ciò, in sintesi: il cibo dovrebbe essere visto come una “medicina” e quindi funzionale all’uscita dal circolo vizioso dell’emetofobia, senza ascoltare fame o sazietà in questa prima fase di recupero del peso. Bisognerebbe, dunque, ricominciare a mangiare, anche se non si ha fame. Il corpo si riabituerà nuovamente a “quanto”, “quando” e “cosa” si mangia.

Quasi tutte le emetofobiche che sono state madri in passato, riferiscono di aver avuto una gravidanza in cui il vomito non è mai avvenuto. Circa il 23% delle donne senza questa patologia, si comporta allo stesso modo, cioè non vomita durante la gestazione.
Tuttavia, è importante essere seguite da uno specialista durante questa fase e, in particolare, dopo la nascita del bimbo in quanto una buona percentuale di emetofobiche, se non in trattamento, difficilmente riesce a prendersi cura dei propri figli quando questi sono ammalati e/o vomitano.

L’infezione intestinale (enterite) o dello stomaco e dell’intestino (gastroenterite) è più frequente nei bambini, soprattutto piccoli, piuttosto che negli adulti. E’ causata da un microbo o un virus che penetra nell’intestino.

Può esservi trasmissione attraverso cibi od oggetti contaminati che si portano alla bocca, oppure (cosa estremamente rara) dalle feci di un soggetto malato, o portatore sano del microrganismo. Le infezioni virali si possono diffondere anche attraverso le goccioline di saliva, tramite la tosse o gli starnuti: questo è relativamente meno raro.
Non è, comunque, isolandosi e rimanendo chiusi in casa che si vince l’influenza intestinale e l’emetofobia. Gli emetofobici sviluppano capacità di trattenere il vomito e possiedono un sistema immunitario molto resistente a queste malattie.

Proprio perché i soggetti emetofobici sono tendenzialmente catastrofici nei confronti di esperienze nuove o di situazioni inaspettate, può accadere di avere sintomi che “partono dallo stomaco”. Si consiglia di consultare questo sito per conoscere bene i meccanismi dell’emetofobia. La cura dell’ emetofobia parte dal riconoscimento del suo funzionamento.

Alcuni pazienti attendono anche 5 o 6 ore, perché temono che entrare in acqua blocchi la loro digestione e li faccia vomitare. Mediamente dopo 2 ore, massimo 2 ore e 1/2 è già possibile essere abbastanza tranquilli di aver digerito. Teniamo presente che chi soffre di emetofobia, di raro si riempie lo stomaco totalmente, quindi, questi tempi sono un’enormità rispetto a quanto effettivamente introitato. Da tener presente che, se si mangia pasta e carne, oppure riso e verdura, non si deve sommare il tempo di digestione di entrambe gli alimenti, ma fare una media fra i due. Nello stomaco, infatti, gli alimenti di uno stesso pranzo vengono mescolati fra loro e non seguono lo schema dato dall’ingresso nella cavità orale.

Prima di temere la rosolia, è opportuno guardare bene cosa essa comporta. La rosolia non porta a vomitare, è una malattia virale trasmessa da goccioline respiratorie. Ha un periodo di incubazione di circa 15/21 giorni. I sintomi sono spesso modesti e circa nel 50% dei casi può essere invisibile. Negli adolescenti e negli adulti è spesso preceduta (da 1 a 5 giorni prima) da febbre modesta, malessere e infezione delle prime vie respiratorie. L’ingrossamento dei linfonodi può durare diverse settimane, specie quello dei linfonodi del collo e di quelli situati dietro le orecchie. In circa il 30% dei casi, in particolare nelle donne, si manifestano artralgia e artrite, che colpiscono più frequentemente le dita ed i polsi. L’infettività dura da circa una settimana prima, ad almeno 4 giorni dopo l’inizio dell’esantema. Fino a 7-8 persone suscettibili possono essere contagiate da ogni singolo malato o portatore non sintomatico.
Quasi tutti si ammalano di rosolia, ma una certa quota si ammala in età giovane adulta, quando la malattia può essere molto più pericolosa.

La tonsillite comporta un’infiammazione degli organi linfoghiandolari presenti nel cavo orale. Le manifestazioni tipiche sono febbre, astenia, inappetenza, cefalea e, ovviamente, un abbassamento di voce. La tonsillite non porta a vomitare, ma molte volte la persona colpita percepisce uno “strano sapore in bocca”. Questo, specie nella persona emetofobica, aumenta l’ansia e il nervosismo, sino a portare a un’errata percezione di avere la nausea. Quasi tutti, almeno una volta nella vita, hanno la tonsillite. Se si vuole guarire dall’emetofobia, è opportuno iniziare a “permettersi” anche una malattia passeggera e innocua come questa.